La giovinezza e la formazione (1571 - 1595)
Michelangelo Merisi detto il Caravaggio nacque a Milano il 29 settembre
1571 dai genitori Fermo Merisi e Lucia Aratori, originari di Caravaggio,
un piccolo centro del Bergamasco, dove si erano sposati nel precedente
gennaio. Fu battezzato il giorno dopo nella chiesa di Santo Stefano in
Brolo[3], nel quartiere milanese dove alloggiavano le maestranze della
Fabbrica del duomo delle quali faceva probabilmente parte anche il padre
di Michelangelo, di mestiere mastro muratore.
Nel 1576 a causa della peste, la famiglia Merisi lascia Milano e si trasferisce
a Caravaggio per sfuggire all'epidemia, ma qui muoiono il padre e i nonni
del pittore. Nel 1584 la vedova e i suoi quattro figli tornano a Milano
dove il tredicenne Michelangelo viene accolto nella bottega di Simone
Peterzano, pittore di successo, tardomanierista di scuola veneta: «il
contratto di apprendistato lo firma la madre, il 6 aprile 1584: per poco
più di quaranta scudi d'oro Va dietro il maestro ad affrescare,
nella chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, in quella di San Barnaba».
L'apprendistato del giovane pittore si protrasse per circa quattro anni,
durante i quali apprese la lezione dei maestri della scuola lombarda e
veneta. Giulio Mancini, uno dei suoi biografi, nelle "Considerazioni
sulla pittura" del 1621, racconta dell'infanzia di Caravaggio, sottolineando
il forte carattere dell'artista già in quei primi anni: «Studiò
in fanciullezza per quattro o cinque anni in Milano, con diligenza ancorché
di quando in quando, facesse qualche stravaganza causata da quel calore
e spirito così grande». Il 6 aprile 1588 scadeva il contratto
con il suo maestro; il giovane pittore probabilmente in quegli anni abbandonò
Milano per trasferirsi a Venezia, e conoscere da vicino l'opera dei grandi
maestri del colore, Giorgione, Tiziano e Tintoretto.
In ogni caso, al di là della certa frequentazione della bottega
del Peterzano, il seguito dellapprendistato di Caravaggio e in particolare
gli anni che vanno dal 1588 al 1592, resta piuttosto nebuloso e così
l'individuazione delle fonti che hanno influenzato la sua pittura. Secondo
il Longhi in alternativa alla tesi veneta di
capitale importanza per lo sviluppo del futuro stile di Caravaggio sarebbe
stata la riflessione giovanile sullopera di alcuni maestri lombardi,
soprattutto di area bresciana, quali il Foppa, il Bergognone, Savoldo,
Moretto e Il Romanino (che il Longhi definisce precaravaggeschi), maestri
che avrebbero posto le basi di quelli che saranno i capisaldi dellarte
del Merisi. A questa scuola, il cui capostipite è individuato dal
Longhi nel Foppa, si dovrebbero infatti lavvio della rivoluzione
luministica e la caratterizzazione naturalistica (contrapposta a certa
aulicità rinascimentale) dei soggetti dipinti. Elementi centrali
della pittura del Caravaggio.
Nel 1592 Caravaggio si trasferisce a Roma e ha rapporti, più o
meno fugaci, con diversi pittori locali. Prima presso un non meglio identificato
pittore siciliano, autore di opere grossolane destinate alle fasce più
modeste del mercato, poi ha un breve sodalizio con Antiveduto Gramatica
e, infine, frequenta per alcuni mesi la bottega del Cavalier d'Arpino.
Successivamente per una malattia viene ricoverato presso l'Ospedale della
Consolazione e a causa di questo evento interrompe il rapporto con il
Cesari. Durante queste esperienze probabilmente Caravaggio venne impiegato
come esecutore di nature morte e come realizzatore di parti decorative
di opere più complesse, ma in merito non si ha nessuna testimonianza
certa. Un'ipotesi, priva in ogni caso di riscontro documentale, è
che Caravaggio possa aver realizzato i festoni decorativi della Capella
Olgiati, nella Basilica di Santa Prassede a Roma, cappella affrescata
dal Cavalier dArpino.
I successi degli anni romani (1595 - 1606)
Grazie a Prospero Orsi (meglio noto come Prosperino delle Grottesche),
pittore con il quale strinse una forte amicizia, il Merisi nel 1595 conobbe
il suo primo protettore: il cardinal Francesco Maria Del Monte, grandissimo
uomo di cultura ed appassionato d'arte che, incantato dalla sua pittura,
acquistò alcuni dei suoi quadri; il giovane lombardo entrò
al suo servizio, rimanendovi per circa tre anni. Il Del Monte secondo
il Bellori: «ridusse in buono stato Michele e lo sollevò
dandogli luogo onorato in casa fra i gentiluomini».
La fama dell'artista grazie al suo importante committente cominciò
a decollare all'interno dei più importanti salotti dell'alta nobiltà
romana. L'ambiente fu scosso dalla sua rivoluzionaria pittura che si pose
immediatamente al centro di forti discussioni ed accese polemiche. Grazie
alle commissioni e ai consigli dell'influente ed illuminato prelato, Caravaggio
mutò il suo stile: abbandonando le tele di piccole dimensioni ed
i singoli ritratti e cominciando a dedicarsi alla realizzazione di opere
complesse con gruppi di più personaggi che interagiscono tra loro,
descrivendo all'interno di un'ambientazione un episodio specifico. Uno
dei primi lavori di questo periodo è il Riposo durante la fuga
in Egitto.
Nel giro di pochi anni la sua fama crebbe in maniera esponenziale, Caravaggio
divenne un mito vivente per un'intera generazione di pittori che ne esaltavano
lo stile e le tematiche.
Vocazione di San Matteo, 1599-1600, chiesa di San Luigi dei francesi,
Roma.
Le prime commissioni importanti
Nel 1599 Caravaggio, grazie all'aiuto del cardinal Francesco Maria Bourbon
Del Monte, ricevette la prima commissione pubblica per due grandi tele
da collocare all'interno della cappella Contarelli nella Chiesa di San
Luigi dei Francesi a Roma. I dipinti che Caravaggio doveva realizzare
riguardavano degli episodi tratti dalla vita di san Matteo: la vocazione
ed il martirio.
In meno di un anno il pittore concluse le due opere, e tale fu il successo
di questi due dipinti che Caravaggio ebbe immediatamente un altro importante
incarico per la Chiesa di Santa Maria del Popolo. Per ordine del monsignor
Tiberio Cerasi, che aveva acquistato una cappella della chiesa romana,
gli vennero commissionati due dipinti: la Crocefissione di San Pietro
e la Conversione di san Paolo. Contemporaneamente gli fu chiesta la realizzazione
di una terza tela per la Chiesa di San Luigi dei Francesi: San Matteo
e l'Angelo. Il pittore, nonostante conoscesse bene il gusto estetico dei
suoi committenti, scelse dei soggetti popolari, che esprimessero in una
dimensione reale e drammatica lo svolgersi degli eventi, rappresentando
così i valori spirituali della corrente pauperista all'interno
della Chiesa Cattolica.
La prima versione del San Matteo e l'Angelo, distrutta in Germania durante
la Seconda guerra mondiale, fu però rifiutata e poi sostituita
con quella ancora in loco dipinta nel 1602. La stessa sorte toccò
ai due quadri per la Cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo, che dopo
esser stati rifiutati vennero comprati dal cardinal Giacomo Sannesio.
La descrizione da parte del Bellori dell'episodio del rifiuto della pala
di San Matteo e l'Angelo, fa da introduzione ad un altro importante protettore
di Caravaggio:
Conversione di San Paolo, 1600-1601, Basilica di Santa Maria del Popolo,
Roma.
« Qui avvenne cosa, che pose in grandissimo disturbo, e quasi fece
disperare Caravaggio in riguardo della riputazione; poiché avendo
egli terminato il quadro di mezzo di San Matteo e postolo sù l'altare,
fu tolto via dai Preti, con dire che quella figura non aveva decoro, né
aspetto di santo, stando à sedere con le gambe incavalcate, e co'
piedi rozzamente esposti al popolo. Si disperava il Caravaggio per tale
affronto nella prima opera da esso pubblicata in chiesa, quando il Marchese
Vincenzo Giustiniani si mosse à favorirlo, e liberollo da questa
pena; poiché interpostosi con quei Sacerdoti, si prese per sé
il quadro, e glie ne fece fare un altro diverso, che è quello che
si vede ora sul'altare. »
Il Marchese Giustiniani era un ricco banchiere genovese nell'orbita della
corte pontificia - oltre che vicino di casa del cardinal Del Monte, visto
che aveva sede in palazzo Giustiniani di Roma con il fratello cardinal
Benedetto Giustiniani - e fu protettore di Caravaggio per molti anni;
collezionò moltissime delle sue opere e contribuì moltissimo
alla formazione culturale del pittore. In più di un'occasione,
grazie alle sue ramificate influenze, riuscì a salvare l'artista
dalle gravose questioni legali nelle quali era spesso implicato per colpa
della sua indole aggressiva.
I guai con la legge
Durante il suo soggiorno presso Palazzo Madama, dimora del cardinal Del
Monte, Merisi si rese protagonista di un episodio spiacevole il 28 novembre
del 1600: malmenò e percosse con un bastone Girolamo Stampa da
Montepulciano, un nobile che si trovava come ospite del prelato: ne conseguì
una denuncia. In seguito gli episodi di risse, violenze e schiamazzi andarono
via via aumentando; spesso il pittore venne arrestato e condotto presso
le carceri di Tor di Nona.
Non sarebbe comunque stato il primo guaio con la legge per il turbolento
artista. Giovanni Pietro Bellori (uno dei suoi primi biografi) sostiene
che, intorno al 1590-1592, Caravaggio - già distintosi per risse
tra bande di giovinastri - avrebbe commesso un omicidio, a causa del quale
era fuggito da Milano prima per Venezia (dove studiò la pittura
locale, in particolar modo Giorgione), e poi per Roma. Il suo trasferimento
nella Città Eterna non sarebbe stato, dunque, una meta prefissata,
ma la conseguenza di una fuga.
Nel 1602 dipinge La cattura di Cristo e Amor Vincit Omnia. Nel 1603 fu
processato per la diffamazione di un altro pittore, Giovanni Baglione,
che querelò sia Caravaggio sia i suoi seguaci Orazio Gentileschi
e Onorio Longhi, colpevoli di aver scritto rime offensive nei suoi confronti.
Grazie all'intervento dell'ambasciatore francese, Merisi, condannato al
processo, venne liberato e trasferito agli arresti domiciliari, seppur
per poco (in precedenza, aveva scontato già un mese di carcere
a Tor di Nona).
Tra il maggio e l'ottobre del 1604 il pittore fu arrestato varie volte
per possesso d'armi abusivo e ingiurie alle guardie cittadine; inoltre,
fu querelato da un garzone d'osteria per avergli tirato in faccia un piatto
di carciofi.
Nel 1605 fu costretto a scappare a Genova per circa tre settimane, dopo
aver ferito gravemente un notaio, Mariano Pasqualone da Accumuli, a causa
di una donna: Lena, l'amante di Caravaggio. L'intervento dei protettori
dell'artista riuscì ad insabbiare l'accaduto anche se, al ritorno
a Roma, il pittore venne querelato da Prudenzia Bruni, sua padrona di
casa, per non aver pagato l'affitto; per ripicca, Merisi prese nottetempo
a sassate la sua finestra, finendo nuovamente querelato. Nel novembre
dello stesso anno, il pittore risulta degente per una ferita, che dice
di essersi procurato da solo, cadendo sulla propria spada.
Il fatto più grave però si svolse a Campo Marzio, la sera
del 28 maggio 1606: a causa di una discussione causata da un fallo nel
gioco della pallacorda, il pittore venne ferito e, a sua volta, ferì
mortalmente il rivale, Ranuccio Tommasoni da Terni, con il quale aveva
avuto già in precedenza delle discussioni, spesso sfociate in risse.
Anche questa volta c'era di mezzo una donna, Fillide Melandroni, le cui
grazie erano contese da entrambi. Probabilmente dietro l'assassinio di
Ranuccio c'erano anche questioni economiche, forse qualche debito di gioco
non pagato dal pittore, o addirittura politiche: la famiglia Tommasoni
infatti era notoriamente filo-spagnola, mentre Michelangelo Merisi era
un protetto dell'ambasciatore di Francia.
Il verdetto del processo per il delitto di Campo Marzio fu severissimo:
Caravaggio venne condannato alla decapitazione, che poteva esser eseguita
da chiunque lo avesse riconosciuto per la strada. In seguito alla condanna,
nei dipinti dell'artista lombardo cominciarono ossessivamente a comparire
personaggi giustiziati con la testa mozzata, dove il suo macabro autoritratto
prendeva spesso il posto del condannato.
La fuga da Roma
La permanenza nella città eterna non era più possibile:
ad aiutare Caravaggio a fuggire da Roma fu il principe Filippo I Colonna,
che gli offrì asilo all'interno di uno dei suoi feudi laziali di
Marino, Palestrina, Zagarolo e Paliano.
Il nobile romano mise in atto una serie di depistaggi, grazie anche agli
altri componenti della sua famiglia che testimoniarono la presenza del
pittore in altre città italiane, facendo così perdere le
tracce del famoso artista.
Per i Colonna Caravaggio eseguì in quel periodo diversi dipinti,
su tutti la Cena in Emmaus, nella splendida e scarna versione che oggi
è a Brera.
Gli ultimi anni (1606 - 1610)
Alla fine del 1606 Caravaggio giunse a Napoli, dove rimase per circa un
anno. La fama del pittore nella città era ben nota a tutti. I Colonna
lo raccomandarono ad un ramo collaterale della famiglia: i Carafa-Colonna,
importanti membri dell'aristocrazia napoletana. Qui il Merisi visse un
periodo felice e prolifico per quanto riguarda le commissioni: la più
importante, ad opera di un mercante croato di Ragusa, Nicola Radulovic,
fu la Madonna del Rosario; l'iconografia del dipinto venne impostata dal
committente stesso che alla fine non acquistò più l'opera,
che venne così modificata dal pittore e collocata all'interno della
Cappella del Rosario nella chiesa dei domenicani. In tale periodo realizzò
una delle sue opere più importanti, che si rivelerà cardine
per la pittura in sud Italia e per la pittura italiana in genere, la cui
composizione, rispetto alle pitture romane, è più drammatica
e concitata, non esistendo più un fulcro centrale dell'azione.
Questo sara' di grande stimolo per la pittura barocca partenopea successiva.
L'opera in questione è: le Sette opere di Misericordia.
Flagellazione di Cristo, 1607, Museo di Capodimonte, Napoli.
Il soggiorno a Malta
Nel 1607 Michelangelo Merisi parte per Malta, sempre per intercessione
dei Colonna, qui entra in contatto con il Gran Maestro dell'Ordine dei
Cavalieri di San Giovanni, Alof de Wignacourt, a cui il pittore fece anche
un ritratto. Il suo obiettivo era diventare Cavaliere per ottenere l'immunità,
in quanto su di lui pendeva ancora la condanna alla decapitazione. Il
Caravaggio firma un documento dove dichiara che il suo luogo di nascita
è proprio Caravaggio in provincia di Bergamo: "Carraca oppido
vulgo de Caravagio in Longobardis natus". Questo dovrebbe far riflettere
sulle numerose diatribe sul suo luogo di nascita.
Nel 1608 Caravaggio dipinge la Decollazione di San Giovanni Battista,
il suo quadro più grande per dimensioni, tuttora conservato nella
Cattedrale di La Valletta.
Dopo un anno di noviziato, il 14 luglio 1608 Caravaggio fu investito della
carica di Cavaliere di grazia, di rango inferiore rispetto ai Cavalieri
di giustizia di origine aristocratica. Anche qui ebbe dei problemi: fu
arrestato per un duro litigio con un cavaliere del rango superiore e perché
si venne a sapere che su di lui pendeva la condanna a morte. Venne rinchiuso
nel carcere di Sant'Angelo a La Valletta, il 6 ottobre: riuscì
incredibilmente ad evadere e a rifugiarsi in Sicilia a Siracusa. Il 6
dicembre i Cavalieri espulsero Caravaggio dall'Ordine con disonore: «Come
membro fetido e putrido».
Caravaggio in Sicilia
A Siracusa, Caravaggio fu ospite di Mario Minniti, suo amico di vecchia
data, conosciuto durante gli ultimi anni romani. Nella città siciliana
si interessò molto all'archeologia studiando i reperti ellenistici
e romani della città siciliana: durante una visita assieme allo
storico Vincenzo Mirabella coniò il nome "Orecchio di Dionigi"
per descrivere la Grotta delle Latomie.
Durante questo soggiorno dipinse per la Chiesa di Santa Lucia una pala
d'altare del Seppellimento di santa Lucia (la patrona della città
siciliana) la cui ambientazione sembra proprio quella delle vicine grotte
da lui tanto ammirate.
Durante il suo tragitto, secondo molti critici e secondo lo scrittore
Andrea Camilleri, si sarebbe fermato a Licata, dipingendo il S. Girolamo
nella fossa dei leoni, dipinto che avrebbe creato il culto della festa
del Venerdì santo nella località dell'agrigentino e il San
Giacomo della misericordia presente nella omonima chiesa.
A Messina dipinse la Resurrezione di Lazzaro, tetra incompiuta e cimiteriale
rappresentazione, la cui parte centrale è occupata dal corpo spasmodicamente
teso nel gesto del braccio verso la luce, e l'Adorazione dei pastori,
umile, raccolta, essenziale, calma.
Fece a Palermo per l'Oratorio della Compagnia di San Lorenzo una Natività
con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi, ricordata da Giovan Pietro Bellori,
di lì poi trafugata da Cosa nostra nella notte tra il 17 e il 18
ottobre 1969. Secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza l'opera,
passata da cosca a cosca ed esposta nei summit come simbolo di potere
e di prestigio, fu bruciata negli anni Ottanta perché rosicchiata
dai topi nel periodo in cui i Pullarà la tenevano in una stalla.
Il ritorno e la fine
Alla fine dell'estate del 1609 Caravaggio tornò a Napoli. Il 24
ottobre, affrontato con violenza da alcuni uomini al soldo del suo rivale
maltese, all'uscita della Locanda del Cerriglio (nei pressi di Via Monteoliveto),
rimase sfigurato e la notizia della sua morte cominciò a circolare
prematura. La fase creativa del suo secondo periodo napoletano è
ricostruita dagli storici con molte congetture: dipinse sicuramente il
Martirio di sant'Orsola per Marcantonio Doria (definito l' ultimo dipinto
di Caravaggio, conservato a Palazzo Zevallos a Napoli), la Negazione di
San Pietro, il San Giovanni Battista e il Davide con la testa di Golia
conservati alla Galleria Borghese. Ancora del periodo di Napoli sono da
attribuire i due diversi quadri con medesimo soggetto: la Salomè
con la testa del Battista esposto solo di recente in prestito alla National
Gallery di Londra che il pittore avrebbe dovuto recapitare ai Cavalieri
dell'Ordine, e la Salomè con la testa del Battista conservato a
Madrid. Inoltre, il San Francesco che riceve le Stimmate, il San Francesco
in meditazione e una Resurrezione (quest'ultima nota oggi attraverso una
copia di Louis Finson ad Aix en Provence) andarono perduti durante il
terremoto del 1805 col crollo della Chiesa di Sant'Anna dei Lombardi (
Napoli), per la quale erano stati dipinti.
Da Roma gli fu inviata la notizia che Papa Paolo V stava preparando una
revoca del bando. Caravaggio, da Napoli, dove abitava presso la marchesa
Costanza Colonna, si mise in viaggio con una feluca traghetto che settimanalmente
faceva il tragitto: Napoli-Porto Ercole e ritorno; era diretto segretamente
a Palo, feudo degli Orsini in territorio papale, luogo distante 40 km
da Roma. In quel feudo avrebbe atteso in tutta sicurezza il condono Papale
prima di ritornare, da uomo libero, a Roma.
Ma l'arrivo a Palo, disatteso perché segreto, avvenuto probabilmente
di notte, causò il fermo dalla sorveglianza della costa per l'accertamento
dell'identità. La feluca che lo aveva sbarcato, non potendo aspettare,
proseguì il viaggio per Porto Ercole dove era diretta, portandosi
dietro il bagaglio dell'artista. Quelle casse, però, contenevano
anche il prezzo concordato dal Merisi con il Cardinale Scipione Borghese
per la sua definitiva libertà: un'opera, il "San Giovanni
Battista" (della Borghese) in cambio della revoca della pena di morte;
pertanto, quel bagaglio era da recuperare perché letteralmente
vitale. Quando gli Orsini lo liberarono, fornirono al Caravaggio una loro
imbarcazione con marinai per giungere a Porto Ercole, distante da Palo
40 miglia, per recuperare le sue cose. L'artista giunse mentre la feluca-traghetto
stava ripartendo riportando a Napoli i suoi averi.
In preda alla febbre per infezioni intestinali, dopo quel lungo viaggio,
il Caravaggio fu lasciato alle cure della locale Confraternita che il
18 luglio 1610 certificò la morte avvenuta nel loro ospedale[6].
Il giorno successivo, l'artista fu seppellito nella fossa comune del cimitero
di S.Sebastiano ricavata nella spiaggia e riservata agli stranieri, e
che oggi è il retroporto urbanizzato di Porto Ercole, dove nel
2002 è stato collocato il monumento. Pertanto, morto in ospedale
e sepolto nella spiaggia.
Il condono papale fu spedito qualche giorno dopo a Napoli, alla Marchesa
Costanza che abitava a Cellammare, a Palazzo Carafa Colonna da dove il
Caravaggio era segretamente partito.
Il ritrovamento dei resti
Il 16 giugno 2010, a quasi 400 anni dalla morte e dopo oltre un anno di
ricerche storiografiche e analisi scheletrica, nonché di confronti
col DNA dei discendenti di cognome "Merisio" nativi di Caravaggio
[7], una equipe di scienziati italiani ha confermato che le ossa coperte
di piombo e mercurio (usati in grande abbondanza dai pittori del '600
per preparare i colori) trovate in quella che fu la fossa comune del cimitero
di Porto Ercole, sono "all'85%" quelle del grande artista
I resti del Caravaggio erano situati nella cripta della Chiesa del Cimitero
di Porto Ercole. Le ricerche sono state coordinate da un pool di istituti
coordinati dall'Università di Bologna, con il supporto degli atenei
dell'Aquila e del Salento e del Centro ricerche ambientali di Ravenna.
Al risultato si è arrivati mettendo insieme gli esiti di indagini
storiografiche e di biologia scheletrica, nonché dell'uso di tecnologie
per l'accertamento dei metalli pesanti nelle ossa, di analisi dei sedimenti
terrosi, della datazione con il metodo del carbonio-14, e per finire del
DNA.
Il 3 luglio 2010, dopo una settimana di permanenza nella città
di Caravaggio, i resti del Caravaggio sono stati riportati via mare a
Porto Ercole (dove rimarranno), e messi in mostra a Forte Stella, una
fortificazione del paese.
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